THE COVE

Recensione: The Cove, un’inchiesta da Oscar!

Agosto 2011, guardai questo film, The cove, e il mio modo di guardare il mondo cambia.

Prima di questa data avevo realizzato uno dei miei sogni più grandi, andare all’Acquario di Genova per vedere da vicino la fauna marina che fin da piccola avevo potuto ammirare ed amare, solo sullo schermo della televisione.
Lo so, può sembrare un sogno sciocco e sopratutto facilmente realizzabile ma no, non lo era stato.
Avevo desiderato così tanto farlo che finii con l’andarci anche 2/3 volte all’anno!

Dopo la visione di questo film/documentario non ci tornai mai più. Una grande rinuncia per una giusta causa.

The Cove

Anno 2009
Durata 92 min
Genere documentario, drammatico
Regia Louie Psihoyos
Sceneggiatura Mark Monroe

Trama: Un gruppo di attivisti di Sea Shepherd capitanati da Ric O’Barry (ex addestratore di delfini) si recano in Giappone alla volta del paesino di Taiji, dove per tradizione, ogni anno per 6 mesi, da settembre a marzo, la baia si tinge di rosso. A farne le spese sono i delfini che vengono massacrati senza pietà dai pescatori per le loro carni ed allevati in attesa di compratori per i parchi acquatici di tutto il mondo. Muniti di videocamere nascoste la troupe ci mostrerà cosa accade davvero in questo luogo, in bilico tra un film di spionaggio e il documentario, The Cove lascerà un segno indelebile nel cuore di tutti gli spettatori.

Come nasce il film

“Il sorriso dei delfini è il più grande inganno della natura, dà l’idea che siano sempre felici.”

Ric O’ Barry nasce come addestratore di delfini, per intenderci fu lui a seguire Flipper (erano 5 esemplari femmine), il delfino protagonista della serie tv anni 90 che anche io guardai a suo tempo. Durante questa esperienza poté constatare quanto questi animali siano intelligenti ed acuti. Ad esempio nel film racconta di come Katy (una dei 5 delfini utilizzati per la parte) rivedendosi nella tv fosse in grado di riconoscersi e distinguere quando non era lei a “recitare” nella puntata.
Il programma finì e i delfini vennero portati all’acquario di Miami.
In questi luoghi oltre a essere costretti a svolgere giochi ed esercizi vengono alimentati a pesce e malox perché a causa del forte stress soffrono di ulcere.
I delfini in libertà percorrono anche 65 km al giorno in cerca di cibo e per socializzare, inoltre grazie ai loro sonar possono comunicare, interagire con l’ambiente, tutte cose precluse loro con la cattività.
Poi Katy morì, anzi come dice lui si suicidò, i delfini infatti, non respirano automaticamente (come noi) ma scelgono di respirare. Katy allo stremo delle forze per lo stress dato dalla cattività fece un lungo respiro, nuotò tra le braccia di Ric e si lasciò morire.
Da quel giorno, sentendosi responsabile della diffusione dell’idea che i delfini siano animali addomesticabili da coccolare, baciare e comandare a bacchetta per il proprio divertimento (pagando), Ric divenne involontariamente un’attivista.
Questi sono i presupposti da cui parte anche l’indagine su Taiji.

Perché proprio Taiji?

Ric e molti suoi colleghi sono stati arrestati più e più volte per aver liberato dei delfini in cattività e purtroppo qualcuno ci ha rimesso la vita, come Jane Tipson, uccisa quando indagarono e protestarono per il traffico di delfini in Russia.
Questo traffico però ha un fulcro ed è proprio in Giappone a Taiji che avviene tutto.
I delfini si orientano grazie al loro sonar, l’udito è il senso più sviluppato, i pescatori di Taiji sfruttano questa loro eccellenza e picchiando su dei pali di legno che affondano nell’acqua li attirano nella baia. Quando arrivano qui i delfini sono altamente stressati dall’incessante rumore e quasi storditi, calano le reti per rinchiuderli fino all’indomani mattina quando, gli addestratori dei delfinari, arrivano per scegliere gli esemplari da destinare agli acquari.
Ogni delfino vale circa 150.000 dollari.
Gli altri, senza distinzione di specie, sesso o età, vengono barbaramente uccisi in quello che da il nome al film, il covo. Queste uccisioni fruttano circa 600 dollari a delfino.
Quando Ric incontra il regista Louie Psihoyos e gli parla dei segreti di Taiji, sconvolto decide di documentare tutto e fermare questa pratica illegale portandola agli occhi di tutto il mondo.

C’è altro…

Potrei parlare ancora a lungo dei contenuti di questo film, perché questa è solo la punta dell’iceberg ma finirei con lo spoilerare tutto, mentre questo film va visto!
Dove sono le organizzazioni ambientaliste rinomate come Greenpeace o il WWF?
Perché la IWC (International Whaling Commission) non vieta anche l’uccisione di delfini?
Quali sono le conseguenze del consumo di carne di delfino? Sono documentate? Sono reali?

A queste e molte altre domande risponderà il resto della pellicola.

Pensiero personale

Quando vidi questo film mi sentii esattamente come quando scelsi di diventare vegana, complice di qualcosa che non potevo accettare!
A nessuna condizione.
Ed è per questo che ho rinunciato ad ammirare questi stupendi animali da vicino, come anche i miei amati squali. Nonostante l’immensa gioia e la pace che mi da osservarli, non posso non vedere le immagini di Taiji scorrermi davanti agli occhi e ricordarmi di quanto l’essere umano possa essere egoista.
Purtroppo anche questo mio pensiero si è scontrato più volte con l’opinione (ovviamente contraria) della gente. Nel 2011 andai per la prima volta in Giappone, è un paese che amo profondamente e fu il viaggio più bello della mia vita. Un giorno ero a Osaka e ci fu l’occasione di visitare l’Acquario che vantava il pregio di ospitare uno dei miei animali preferiti, lo squalo balena.
Inutile dire che non ci volli andare, certo ammetto che mi costò fatica, ma non esitai un attimo.
Ovviamente fui etichettata come esagerata e molto altro ma, non vi stupirà, anche dietro il commercio degli squali c’è un mondo, ma questa è un’altra storia.

L’altra campana

Proprio ieri sera ho scoperto su Netflix un film/documentario, “I retroscena di The Cove: i giapponesi rompono il silenzio” che parla di come sia cambiata la vita degli abitanti del posto dopo il grande successo del film.
La regista Keiko Yagi, pone l’accento più che altro sulla caccia alle balene e le limitazioni su questa pratica, il che c’entra poco in realtà con il tema di The Cove.
Inoltre sembra quasi che ogni persona che viene intervistata ripeta lo stesso copione, dice quanto i giornalisti siano invadenti, quanto tutto sia cambiato, di avere voglia di mangiare carne di balena e che il governo dovrebbe essere più rigido e pretendere che il Giappone venga ascoltato.

In molti di questi dialoghi però è presente un sotto testo che mi ha lasciata perplessa. Pare che i giapponesi pensino che vengano trattati come un paese di serie C solo per aver perduto la seconda guerra mondiale. In un momento addirittura si accusa l’occidente di avere la seguente scala gerarchica.
Al primo posto i caucasici, poi i non caucasici ma comunque occidentali, gli animali (specificando che secondo noi hanno sentimenti), i neri, e solo dopo (per ultimi) gli orientali.

Guardando questo film ho proprio avuto l’impressione che tutti i giapponesi intervistati si sentissero attaccati personalmente in quanto paese, in quanto orientali, in quanto sconfitti in una guerra. Non un accenno al fulcro del problema, ovvero la cattività, la pratica della pesca e il modo disumano di trattare i delfini.

La cosa più dolorosa per me è che, per un attimo, li ho anche capiti.
Sono consapevole che come in tutte le cose le campane a suonare sono due, e occorra ascoltare.
Fantastico il racconto con tanto di elenco di attrezzi e costruzioni per le quali si usa l’osso di balena. Va bene la parentesi relativa al rispetto verso l’animale del quale non si butta via nulla, un po’ meno comprensibile invece denigrare gli occidentali dicendo che i primi coloni invece volevano solo l’olio e buttavano via il resto. Va bene parlare di cultura, va bene parlare di tradizioni, va benissimo dire che la pesca giapponese era sostenibile in passato ma il punto è…
e adesso?

Il passato è passato, e non ne avremo un altro se non saremo in grado di tutelare la vita nei mari!
Senza il mare, muore tutto il resto.
Da qui la vita è partita e da qui può finire.

Davvero una tradizione, può valere così tanto?
A chi le tramanderemo se non ci sarà più vita sulla terra?

Conclusioni

Indubbiamente ci sono ragioni, ci sono speculazioni, ci sono mafie ad appoggiare tutto questo, io so soltanto che ogni anno, da settembre a marzo, non c’è giorno che non pensi a Taiji e vivo con frustrazione l’idea di non poter fare nulla.
Più persone saranno a conoscenza di quello che accade in quell’insenatura, più si risveglierà (spero) una coscienza collettiva e l’umanità che dovrebbe elevarci ad esseri umani.

Grazie

Vi lascio il trailer e vi rimando al link per l’acquisto.

Acquisto qui

Alla prossima, vostra T.

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