Esistono davvero emozioni positive e negative?

Siano benedette tutte le emozioni, siano esse tetre o luminose.

(Nathaniel Hawthorne)

Considerando la convinzione per cui vi siano emozioni positive, quindi legittime, ed emozioni negative, al contrario recriminabili, varrebbe la pena chiedersi perché non possediamo solo le prime e l’evoluzione non abbia cancellato le seconde. 

Semplice perché le emozioni servono, tutte.

Darwin osservò che le emozioni non andavano considerate come inutili interferenze nei processi di pensiero ma che anzi svolgevano un’importante funzione adattiva. Fungevano da campanelli d’allarme in vista di possibili minacce o pericoli (nel caso della paura), o permettevano di comunicare con il proprio gruppo situazioni di disagio aumentando le possibilità di sopravvivenza (nel caso della tristezza) . 

La paura ci difende dai pericoli, la rabbia dona la scarica di energia necessaria per difendere sé stessi e il proprio territorio da usurpatori esterni, la tristezza comunica malessere e necessità di attenzione ai membri del proprio gruppo.

Nella società attuale, in cui vige la legge della “fun morality” sembra che gli unici stati emotivi socialmente accettabili siano la felicità e la gioia. È però illogico credere che un individuo possa sempre trovarsi nella condizione di essere felice o gioioso.

Per quanto una persona equilibrata ricerchi la propria serenità e il proprio benessere, è inevitabile che prima o poi viva situazioni che generino in lei rabbia o tristezza.

Queste emozioni vengono però castrate dal contesto sociale (“smettila di piangere”, “non ha senso arrabbiarsi per questo”) e quindi dallo stesso individuo che si sentirà ancora più frustrato e inadeguato.

Un’emozione è improvvisa e da principio neutra, ciò che possiamo imparare a gestire sono le nostre reazioni. Possiamo infatti educarci ad agire in modo che esse non diventino “disadattive”.

Facciamo qualche esempio.

Provare rabbia di fronte ad una ingiustizia è normale e umano. Sferrare un pugno in reazione ad essa non può essere una reazione positiva al sentimento; sfruttarla per impegnarsi a cambiare le cose sì.

O ancora, soffrire per via di un lutto è perfettamente legittimo così come darsi del tempo per vivere il proprio dolore, ma scadere nella depressione ci danneggerebbe.

Come fare quindi per reagire nel modo opportuno e sfruttare positivamente le nostre emozioni?

Il monaco Aiahn Sumedho nel suo libro – “La via della consapevolezza” – ci ricorda come spesso tendiamo ad identificarci con l’emozione stessa e questo renda ancora più complesso vedere le cose con chiarezza e scegliere la reazione opportuna. 

Un esercizio interessante è questo: quando sentite di provare rabbia, ditevi: “io non sono rabbia, io sto provando rabbia”, oppure nel caso siate tristi “io non sono tristezza, io provo tristezza”. Questo vi ricorderà che avete possibilità di controllo su voi stessi.

Imparare a conoscersi è un’altra carta vincente: cosa mi fa arrabbiare? Perché? Posso modificare questo mio atteggiamento alla vita?

Attenzione, poi, a identificare gli altri con una emozione o stato d’animo specifico! È sottile ma incisivo il modo in cui l’idea che gli altri hanno di noi influenzi la percezione che abbiamo di noi stessi. Ad esempio, se continuate a dire ad un bambino “sei pestifero”, “sei sempre arrabbiato”, etc., non farete che sedimentare questi atteggiamenti.

In conclusione educhiamoci ad accogliere tutte le emozioni, anche quelle scomode, nostre e degli altri. Impariamo a conoscerci e a gestire le nostre reazioni così che le emozioni possano farci crescere e non finiscano col dominarci.

Sperando di aver stimolato in voi un qualche genere di riflessione, vi rimandiamo alla prossima Mind pill.

A presto.

Barbara

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