Relazioni tossiche: I 10 lavoratori disfunzionali

Ognuno di noi ha esperienza di quanto le relazioni siano importanti sul luogo di lavoro. Esse possono rendere il contesto più sereno, aiutano a dispiegare i talenti di ognuno ed hanno risvolti positivi sulla produttività del gruppo. Sfortunatamente può però anche accadere che tali relazioni rendano il contesto lavorativo tossico, con ricadute non solo sulla qualità del servizio svolto dall’azienda ma anche sulla vita privata dei singoli lavoratori coinvolti.

Il lavoro impegna la nostra vita per molte ore al giorno e, sebbene non sia l’unico aspetto della nostra vita in grado di farci sentire completi e realizzati, è indubbio che rivesta un ruolo importante nella costruzione della nostra identità e si ripercuota sul nostro benessere generale.

La psicologia ha rintracciato alcune figure disfunzionali cui bisogna prestare attenzione. La prima strategia per sopravvivere a queste persone è innanzitutto riconoscerne le modalità e saperle individuare nell’ambiente di lavoro.

Ecco quindi le 10 categorie principali di lavoratori disfunzionali che noi tutti potremmo incontrare e da cui bisogna imparare a difendersi:

  1. Il narcisista. E’ probabilmente uno dei peggiori: è solito strumentalizzare gli altri per ottenere i propri obiettivi, ha la tendenza machiavellica di manipolare sistematicamente gli altri e non si fa alcuno scrupolo a mentire, imbrogliare o calpestare chi ha intorno per poter raggiungere i propri scopi egoistici. Si sente superiore a tutti e tutto, persino alle regole.
  2. Il demotivatore. Una figura che nasce essenzialmente dall’insicurezza e che si impegna a frustrare ogni iniziativa altrui e a sottolineare (talvolta anche velatamente, usando l’ironia) ogni lacunea dei propri colleghi. Il demotivatore è convinto che l’unico modo per poter emergere sia affossare i propri collaboratori.
  3. Il martire. Si tratta di colui che passa tutta la giornata a lamentarsi degli altri, del loro lavoro e di come tutto il peso dell’azienda si accumuli sulle sue spalle. I problemi dell’azienda sembrano sempre senza soluzione o troppo numerosi perché ve ne sia una, l’unica ancora di salvezza per non affondare è convinto sia il suo operato.
  4. L’affamato di Gossip. Può sembrare una figura inoffensiva ma può ledere fortemente il luogo di lavoro. L’affamato di gossip è sempre alla ricerca di nuovi succulenti segreti da spifferare ai quattro venti. Può essere sbilanciato tra egocentrismo ed insicurezza, sentendo il bisogno di porsi al centro dell’attenzione oppure credere che il chiacchiericcio sia l’unico modo per instaurare rapporti con gli altri. Sta di fatto che non si farà scrupoli a rivelare anche i più intimi segreti e le più clamorose falsità sui propri colleghi pur di avere materiale scottante da sussurrare in pausa caffè.
  5. Il malato di lavoro. Detto anche workaholic (letteralmente “l’ubriaco di lavoro”) è riconosciuto dalla psicologia come una vera propria dipendenza, al pari di droghe e tabacco. Convinto che quella lavorativa sia la sua unica identità, non ha altro in mente se non il lavoro e impone la sua stessa visione e i suoi stessi ritmi insostenibili anche ai propri collaboratori.
  6. L’apatico. Pigro e indolente, scansa ogni attività. Lavora in modo superficiale e, attraverso la sua demotivazione, spesso manipolatoria, cerca quotidianamente di delegare le proprie mansioni ad altri.
  7. L’ansioso. Se ci si lascia attrarre dal suo panico e dalla sua ansia continui riesce a risucchiare le energie dell’intero gruppo. Incapace di reagire serenamente a scadenze e imprevisti o di discernere quali siano le priorità del momento, si aggira febbrile trasmettendo il proprio stress ai suoi collaboratori.
  8. L’aggressivo. Più che una modalità lavorativa spesso si tratta di una incapacità estesa all’intera vita del soggetto di gestire la rabbia. E’ una delle figure che provoca più spesso burning out nei colleghi, specialmente se sottoposti, poiché con le sue continue urla e scenate rende l’ambiente di lavoro intollerabile.
  9. Il so-tutto-io. Si crede il più intelligente e competente. Incapace di ammettere i propri errori incolpa gli altri se qualcosa va storto. Non è in grado di collaborare e di delegare efficacemente i compiti all’interno dell’azienda al fine di un progetto comune. Le persone so-tutto-io non crescono nell’ambiente lavorativo e seguitano nei propri errori per anni poiché non vedono nei propri collaboratori qualità o competenze cui ispirarsi.
  10. L’imbranato cronico. Sempre disinformato e incompetente, necessita costantemente che altri riparino alle sue mancanze ed ai suoi errori. Si tratta di una figura che oltre ad appesantire il lavoro degli altri può diffondere una sensazione di stagnazione e rassegnazione specie se ricopre una posizione di leadership.

Come detto ciascuna di queste categorie è in grado di rendere il contesto lavorativo tossico e ancor più complesso. Per questo è fondamentale che, soprattutto quando si tratta di ruoli di leadership, si considerino le soft-skills e le competenze emotive e relazionali di un individuo. Secondo Daniel Goleman (“Lavorare con l’intelligenza emotiva”, 1995) una leadership malata “abbassa il livello della prestazione del gruppo: fa perdere tempo, genera astio, erode la motivazione e l’impegno facendo montare l’ostilità e l’apatia. Ai fini dell’azienda possono essere misurati in termini di guadagno o perdita dei talenti dei subordinati”.

Fondamentale credo sia anche una formazione continua in tal senso per l’intero gruppo lavorativo, corsi ben strutturati da personale competente, in grado di dare consigli circa le strategie per lavorare serenamente e collaborare efficacemente con i propri colleghi. La figura dell’addetto alle risorse umane dovrebbe essere una persona in grado di osservare e gestire efficacemente anche questi aspetti e direzionare verso il counseling psicologico chi ne abbia necessità. Una azienda per quanto aspiri al profitto deve ricordarsi di essere costituita innanzitutto da persone e senza curarsi del loro benessere (anche psicologico) non può aspirare alla crescita.

immagine by visionimpossible.it

Ma cosa posso fare io, singolo lavoratore, per difendermi da queste figure e salvaguardare la mia serenità lavorativa (e non)? Vorrei approfondire questo aspetto in un prossimo articolo, così da dargli lo spazio che merita.

Fatemi sapere se siete o meno interessati ad un approfondimento di questo tipo e, nel frattempo, se avete avuto la sfortuna di incontrare una di queste categorie disfunzionali nel corso della vostra vita lavorativa.

Vi mando un grande abbraccio,

a presto, Persone a 360 gradi!

Barbara.

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