Educazione dei disabili: abbiamo seguito l’esempio Montessoriano?

La maggior parte di noi ricorderà il macabro aneddoto del monte Taigeto, sul quale, si racconta, gli spartani lasciassero i bimbi nati con un qualche genere di disabilità; pochi però sanno che fino al 1700 i bambini disabili fossero considerati ineducabili.

Fu solo poi, nel 1800, che si iniziò a riflettere su quali progetti e metodi fosse possibile utilizzare per aiutare ed educare questi ragazzi. Oltre alle figure di Jean Marc Itard e Eduard Seguin a segnare una svolta nel mondo della didattica speciale spicca anche la figura di Maria Montessori.

Sì, perché un’altra curiosità sta proprio nel fatto che il famosissimo metodo montessoriano, diffuso ormai in tutto il mondo, abbia preso avvio proprio dal lavoro della pedagogista con i bambini affetti da deficit mentale.

Dopo essersi laureata la Montessori iniziò infatti a lavorare come assistente presso la Clinica psichiatrica dell’Università di Roma, e ad a interessarsi in particolare ai bambini con deficit cognitivi. All’epoca, in Italia, i bambini disabili erano definiti frenastenici, venivano frequentemente ricoverati nei manicomi poiché considerati irrecuperabili. Maria invece comprese il fatto che se si proponevano a questi bimbi gli opportuni interventi educativi, si formavano gli insegnanti e si pianificavano progetti basati sul potenziamento delle loro competenze cognitive, era possibile educarli e inserirli nella società in modo funzionale. Proprio per questo nel 1900 fondò a Roma la Scuola Magistrale Ortofrenica per la formazione dei maestri ai nuovi metodi di educazione dei bambini frenastenici.

Il metodo montessoriano, basato sui principi dell’attivismo pedagogico e sulle scoperte fatte nella pratica didattica con i ragazzi diversamente abili, iniziò a riscuotere grandissimo successo e ampi consensi. Notando il basso livello raggiunto dai coetanei neurotipici a fronte dei risultati così alti dei ragazzi che seguiva, la Montessori iniziò a pensare di estendere il suo metodo a tutti i bambini, disabili o meno.

Fu così che nel 1907 fondò la prima casa dei bambini ed ebbe modo di acquisire quella fama a livello internazionale che ad oggi vanta insieme al suo metodo educativo.

Questo accadeva più di 100 anni fa, da allora sono stati sicuramente fatti ulteriori passi avanti, a partire dall’inclusione dei ragazzi e bambini diversamente abili in ogni ordine di scuola e la chiusura delle classi speciali, o ancora i dibattiti fatti sull’inclusione sociale e lavorativa degli stessi. Si sono moltiplicati gli strumenti atti all’aiuto dei ragazzi con bisogni educativi specifici e si sono studiate le modalità opportune per poter dispiegare potenzialità, aspirazioni oltre che accrescere le competenze che risultano in loro limitate o in parte compromesse.

Nonostante ciò, la strada da fare credo sia ancora lunga. Manca a mio avviso in Italia una diffusa cultura della disabilità e la consapevolezza da parte di tutti che l’educazione del diversabile e il suo inserimento lavorativo non siano una forma di pietismo ma progetti validi e pari a quelli messi in atto per i ragazzi normodotati. Capita ancora troppo spesso che l’alunno disabile diventi responsabilità unica di educatori e docenti di sostegno o che non ci si spenda sufficientemente in progetti pensati apposta per lui e per le sue necessità apprenditive, affettive e sociali. Troppo spesso viene visto come un fardello che rallenta la didattica ed è fonte di disturbo.

Basti pensare al fatto che un alunno con disabilità su tre sia stato escluso dalla didattica a distanza ed il restante non abbia avuto gli strumenti opportuni per parteciparvi oppure abbia visto un netto peggioramento nelle competenze sociali oltre che didattiche. Basta venire a conoscenza del fatto che ad oggi non sia ancora stato riconosciuto il valore e l’importanza della LIS (La lingua italiana dei sordi) e che quindi questi non abbiano la possibilità di avere un interprete durante le lezioni scolastiche.  

Come accennavo credo la soluzione stia proprio nel diffondere una cultura della diversità e della disabilità e sono convinta si debba lavorare in tal senso non solo sugli adulti, educatori o non, ma anche sulle nuove generazioni, sui compagni di classe, gli amici dell’oratorio o del catechismo.

Mostriamo
loro come la disabilità non significhi solo “mancanza”, come sia possibile
giocare alla pari con un ragazzo disabile semplicemente avendo una accortezza
in più e sviluppando quella sensibilità che tanto utile sarà per loro
crescendo.

Non saranno quindi solo i bambini disabili a ringraziarci un giorno, ma i bambini tutti.

Un
abbraccio,

Barbara.

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