empatia

Empatia: un’origine esclusivamente biologica?

Tra le competenze più significative dell’intelligenza emotiva viene annoverata l’empatia.

L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” percependo, in questo modo, le sue emozioni e i suoi pensieri mantenendo comunque la capacità di restare se stessi, senza farsi assorbire dagli altrui stati emotivi.
Significa sì fare nostre le emozioni altrui ma nel rispetto dell’altro, lasciando che quella esperienza resti sua poiché l’altro è altro da me. L’empatia è compartecipazione, non è invadenza né simbiosi.

“Empatia” è un termine che deriva dal greco, en-pathos “sentire dentro”, e consiste nel riconoscere le emozioni degli altri come se fossero proprie, calandosi nella realtà altrui per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni e “pathos”. In epoca romana indicava la connessione che un oratore era in grado di creare con il proprio pubblico, oggi, per empatia intendiamo la competenza emotiva grazie alla quale è possibile entrare in sintonia con la persona con la quale si interagisce.

L’empatia è un’abilità sociale di fondamentale importanza e una delle principali porte d’accesso agli stati d’animo e in generale al mondo dell’altro. Grazie a essa si può non solo afferrare il senso di ciò che asserisce l’interlocutore, ma si coglie anche il significato più recondito psico-emotivo nascosto dietro alle sue parole. Questo ci consente di espandere la valenza del messaggio, cogliendone elementi che spesso vanno al là del contenuto semantico della frase, esplicitandone la metacomunicazione, cioè quella parte veramente significativa del messaggio, espressa dal linguaggio del corpo, che è possibile decodificare proprio grazie all’ascolto empatico.

Freud (1921) afferma che è solo per mezzo dell’empatia che noi possiamo conoscere l’esistenza di una vita psichica diversa dalla nostra.
Lipps parla di empatia come di una partecipazione profonda all’esperienza di un altro essere.

Nel 1934 Mead aggiunse poi al costrutto di empatia una componente cognitiva. Questa prospettiva venne successivamente seguita e integrata in tempi più recenti da Rizzolatti e dalla sua teoria dei neuroni specchio.
Per Gallese, uno degli scienziati italiani appartenente, insieme a Rizzolatti, al team di scopritori dei neuroni specchio, alla base dell’empatia ci sarebbe un processo di ‘simulazione incarnata’ (Gallese, 2006), vale a dire un meccanismo di natura essenzialmente motoria, molto antico dal punto di vista dell’evoluzione umana, caratterizzato da neuroni che agirebbero immediatamente prima di ogni elaborazione più propriamente cognitiva.

Il modello più completo di empatia è stato però elaborato da Hoffman. Egli ha fornito una descrizione dello sviluppo dell’empatia articolata e complessa, ha esteso la definizione di empatia a una serie più ampia di reazioni affettive coerenti con il sentimento provato dall’altro e ha collocato le prime manifestazioni di empatia nei primissimi giorni di vita. Egli, inoltre, non considera l’empatia come qualcosa di “unitario”, ma l’articola in diverse forme che, man mano che procede lo sviluppo, diventano più mature e sofisticate. Hoffman propone un modello a tre componenti: affettiva, cognitiva e motivazionale.

Secondo Hoffman l’empatia si manifesta fin dai primi giorni di vita. Questa considerazione riflette la maggiore autonomia e rilevanza attribuita alla dimensione emotiva dell’empatia: nelle primissime manifestazioni empatiche, infatti, è la dimensione affettiva ad avere il ruolo di maggior rilevanza, mentre la dimensione cognitiva è pressoché assente. Procedendo nello sviluppo, la componente cognitiva acquisirà un’importanza crescente e si compenetrerà sempre di più con quella affettiva, permettendo lo sviluppo di forme più evolute di empatia.

Oltre alla componente cognitiva e a quella affettiva, secondo Hoffman interviene nell’esperienza empatica un terzo fattore: la componente motivazionale. L’esperienza di empatizzare con una persona che sta soffrendo, infatti, rappresenterebbe una motivazione per mettere in atto comportamenti di aiuto. L’effetto motivante dipende dal fatto che condividere l’emozione dell’altro, soccorrendolo, fa provare a chi aiuta uno stato di benessere; viceversa, la scelta di non confortare l’altro porterebbe con sé un senso di colpa.

L’empatia, nella sua forma più matura, si caratterizza quindi come una risposta a un insieme di stimoli comprendenti il comportamento, l’espressività e tutto ciò che si conosce dell’altro. L’acquisizione di questa funzione, dato l’alto livello di complessità dei meccanismi cognitivi implicati, ha un’evoluzione graduale che trova, in buona parte delle persone, pieno compimento intorno ai 13 anni.

Ma come si diviene individui empatici?

Uno studio recente (2018) riguardante gli aspetti genetici e biologici legati all’empatia e le sue componenti, pubblicato su Translational Psychiarty, ha fatto parlare di sé. Lo studio, che ha coinvolto un team di scienziati dell’università di Cambridge, della Diderot e dell’istituto Pasteur di Parigi, dell’università danese di Aarhus e di 23andMe, società californiana che si occupa di genomica e biotecnologia, è stato realizzato utilizzando questionari e dati genetici da campioni di saliva di oltre 46mila uomini e donne ed è la più ampia indagine genetica realizzata sull’empatia. Questo studio dimostrerebbe che l’empatia non sia solo il risultato dell’educazione che abbiamo ricevuto in famiglia o dell’esperienza, ma anche del nostro Dna.

Yarum Warrier, ideatore dello studio ha però sottolineato che tali geni influirebbero solo per il 10% sull’esperienza dell’empatia dell’individuo e il co-autore Thomas Bourgeron ha puntualizzato che non sia ancora stato possibile identificare con esattezza i geni o le famiglie di geni coinvolti.
Per il 90% quindi i fattori legati all’empatia non sarebbero genetici ma sociali. Ancora una volta ci troviamo dinnanzi ad una componente della vita di un individuo che sia educabile e culturalmente determinata. L’empatia nasce dalla necessità di creare un legame con l’altro e capire le sue intenzioni e si sviluppa soprattutto grazie alle cure che i caregiver ci riservano nel corso delle nostre interazioni con loro.

Ancora una volta si evidenzia l’importanza dell’educazione all’intelligenza emotiva e del suo sviluppo.
Per saperne di più ecco altri articoli scritti da Persona360 sul tema.

Se avete dubbi, domande o richieste di approfondimenti ulteriori vi invito a scriverlo nei commenti, sarò felice di rispondervi.

Un abbraccio,

Barbara.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza strumenti propri o di terze parti che salvano dei piccoli files (cookie) sul tuo dispositivo. Questi cookies di tipo tecnico, come Google Analytics servono per generare report e statistiche, i dati sono anonimi, tutto questo per e poterti offrire un servizio sempre migliore.

Abilitare i cookies ci permette di offrirti un servizio migliore